Più sicurezza, meno libertà: è davvero un compromesso accettabile?
Per decenni, El Salvador non è stato solo un Paese, ma un monito. Era il simbolo di come una democrazia fragile potesse essere letteralmente divorata da poteri criminali endogeni. Oggi, il panorama è stravolto. Tuttavia, per un sociologo o un criminologo, il punto non è solo celebrare il crollo statistico degli omicidi, ma capire cosa sia successo davvero nelle viscere di una società che ha scambiato, quasi da un giorno all’altro, il terrore delle bande con il pugno di ferro dello Stato.
Il peccato originale: Un’eredità d’importazione
Sarebbe un errore analitico considerare la Mara Salvatrucha e il Barrio 18 come fenomeni puramente locali. Siamo di fronte a un “crimine di ritorno”. Nate tra le crepe di Los Angeles negli anni ’80, queste gang sono state alimentate dal trauma della guerra civile e dalla successiva politica di deportazione statunitense.
Quando questi giovani vennero rispediti in un El Salvador istituzionalmente vuoto, non trovarono una nazione, ma un terreno fertile. Qui le gang non si sono limitate a delinquere: hanno colonizzato l’immaginario collettivo, offrendo identità a chi non aveva nulla e imponendo una sovranità alternativa basata sul sangue e sul territorio.
La patologia del controllo: La “Renta” come contratto sociale deviato
Dal punto di vista della criminologia clinica, il potere delle pandillas non risiedeva solo nelle armi, ma nella capillarità. La cosiddetta “Renta” (l’estorsione sistematica) non era un semplice pizzo, ma una vera e propria tassazione criminale. Chiunque, dal panettiere all’imprenditore di trasporti, riconosceva di fatto l’autorità della gang sopra quella dello Stato.
Questo ha creato per anni una società a compartimenti stagni, dove le “frontiere invisibili” tra i quartieri impedivano il movimento, il lavoro e persino gli affetti. La violenza non era un’esplosione irrazionale, ma un linguaggio codificato: si uccideva per marcare il territorio o per punire uno sconfinamento, mantenendo la popolazione in uno stato di iper-vigilanza e stress post-traumatico collettivo.

La cura d’urto: Oltre la “Mano Dura”
Cosa è cambiato con Nayib Bukele? Se i governi precedenti avevano tentato approcci repressivi altalenanti (spesso seguiti da tregue segrete e fragili), l’attuale strategia ha puntato sulla neutralizzazione totale.
L’introduzione del “Regime di Eccezione” ha agito come un bisturì spietato. Criminologicamente, lo Stato ha adottato la teoria dell’incapacitazione: se il criminale è fisicamente isolato in strutture come il CECOT, la sua capacità di generare danno è azzerata. Ma l’operazione è stata anche simbolica. Distruggere le tombe dei membri delle gang o coprire i loro graffiti significa attuare una damnatio memoriae che mira a spezzare il fascino estetico e culturale che queste organizzazioni esercitavano sui giovanissimi.
Un successo a quale prezzo?
I numeri oggi parlano chiaro e sono, a tratti, incredibili. El Salvador è passato da una mattanza quotidiana a una sicurezza che permette ai cittadini di riappropriarsi delle piazze dopo il tramonto. Ma qui sorge il dilemma sociologico: la stabilità attuale è figlia di una trasformazione culturale o è solo l’effetto di una compressione forzata?
L’assenza di garanzie procedurali e la detenzione di massa sollevano interrogativi pesanti sulla tenuta democratica. La sfida dei prossimi anni non sarà solo mantenere bassi gli omicidi, ma capire se lo Stato sarà in grado di sostituire il vuoto lasciato dalle gang con opportunità reali, o se sta semplicemente covando una nuova forma di risentimento sociale sotto la cenere del “populismo penale”.
Michelangelo Morreale, criminologo
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