Ricordiamo che il giovane Alessandro è scomparso in circostanze misteriose da Sassuolo il 5 dicembre 2020, in tanti si sono mobilitati per chiedere che non si smettesse di cercarlo.
Il disappunto e la rabbia di sua madre, Roberta, non sono solo lo sfogo di un genitore disperato, ma l’urlo legittimo di chi si rifiuta di veder scivolare la vita del proprio figlio dentro un freddo faldone d’archivio.
Non possiamo accettare che si metta la parola fine a questa storia ignorando le colpevoli mancanze delle prime, decisive ore. I genitori di Alessandro avevano sporto denuncia appena un’ora dopo aver perso le sue tracce. Sapevano bene che il ragazzo stava attraversando un momento di forte vulnerabilità e hanno chiesto aiuto subito. Eppure, nonostante questa prontezza, la macchina delle indagini si è mossa con una lentezza disarmante e inaccettabile. Il risultato di questa inerzia è stato devastante: le registrazioni delle telecamere di sorveglianza della zona sono andate perdute, sovrascritte dal tempo, e i dati estratti dal telefono sono stati analizzati in modo parziale. Tracce fondamentali sono state letteralmente inghiottite a causa dell’esitazione di chi doveva intervenire.
A questo quadro già drammatico si aggiunge la crudeltà del “tribunale” dei social network. Fa male leggere commenti superficiali di chi suggerisce a una madre di “farsene una ragione”, insinuando senza alcun fondamento che Alessandro abbia scelto di rifarsi una vita, o alludendo cinicamente al peggio. Ma come può una madre rassegnarsi al vuoto? E soprattutto, come può farlo quando la giustizia stessa stabilisce la tesi dell’allontanamento volontario senza fornire uno straccio di prova concreta a supporto? L’assenza di spiegazioni non può mai trasformarsi in un comodo alibi istituzionale per voltare pagina.
Questa vicenda drammatica mette a nudo le falle di un sistema che va cambiato urgentemente. La politica e le istituzioni devono intervenire per modificare la legge sulle persone scomparse. Servono procedure ad hoc, protocolli emergenziali che scattino nell’esatto momento in cui si sporge denuncia, bypassando le attese e i cavilli. Sappiamo tutti che le prime ore sono l’unica vera finestra di speranza per ritrovare qualcuno o per non disperdere le prove: in quei momenti cruciali deve essere garantito un impiego immediato e massiccio di risorse umane e tecnologiche.
Archiviare il caso di Alessandro a causa degli errori e dei ritardi commessi proprio da chi aveva il dovere di indagare non è giustizia, è una doppia sconfitta per lo Stato. Dobbiamo stringerci attorno a Roberta e pretendere che si faccia tutto il possibile per continuare le ricerche. Alessandro non è una pratica da smaltire. È un figlio, e chi ha il compito istituzionale di cercarlo non ha alcun diritto di smettere.
A cura di Michelangelo Morreale – criminologo
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