Sembra il paradiso del benessere moderno, ma a guardarlo da vicino assomiglia terribilmente a una prigione dorata. È quella che il filosofo giapponese Masahiro Morioka definisce la “civiltà indolore” (Painless Civilization): una società così ossessionata dal cancellare ogni forma di disagio da aver finito per anestetizzare l’anima stessa dell’essere umano.
Questa trappola, in realtà, è antica quanto il mondo.
Già Omero, nell’Odissea, ci aveva avvertiti. Il primo vicolo cieco dell’anestesia sociale lo incontriamo nella terra dei Lotofagi, dove i marinai dimenticano il senso del loro viaggio semplicemente masticando un fiore che regala un’apatica e perenne beatitudine.
Poco dopo, sull’isola della maga Circe, il dramma si fa ancora più profondo: gli uomini accettano cibo succulento e filtri magici che cancellano la memoria, finendo per trasformarsi in porci. La metamorfosi omerica descrive visivamente ciò che Morioka paventa oggi: quando l’essere umano riduce la propria esistenza al solo soddisfacimento dei bisogni materiali e biologici, svuota se stesso della propria dignità spirituale. Diventa, per usare le parole del filosofo, un “cadavere vivente”.
Ma allora, cosa ci salva dal trasformarci in automi appagati ma spenti?
Commento all'articolo