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Il fuoco nelle ossa: pedagogia dell’interiorità e trasmissione della fede nel cambiamento d’epoca

Il fuoco nelle ossa: pedagogia dell’interiorità e trasmissione della fede nel cambiamento d’epoca

Muovendo da un’autentica onestà di cuore e dall’ascolto vissuto sulla strada, il saggio supera le metodologie puramente tecniche per mettere a nudo un disagio profondo e spirituale. Di fronte a questo vuoto esistenziale, si afferma l’urgenza di “educatori incarnati”: testimoni capaci di accompagnare le giovani generazioni a scoprire che il baricentro della vita non è un’astrazione, ma la persona di Gesù Cristo, Presenza viva, reale e sorgente di Amore autentico.

Il 22 ottobre 2026, il Dicastero per la Dottrina della Fede ha pubblicato il documento Venite ad me. Considerazioni sulla trasmissione della fede nel cambiamento d’epoca. Questo testo ci rivolge un invito urgente e cruciale, chiedendoci di riflettere su come la fede possa essere annunciata e trasmessa oggi, all’interno delle circostanze concrete della vita e in una cultura che muta a ritmi vertiginosi. Accogliendo questa sollecitazione, ritengo fondamentale rimettere al centro i giovani, partendo dalle loro domande inespresse, dai loro bisogni profondi e dalle forme inedite attraverso cui cercano ascolto, relazione e senso in un’era capillarmente segnata dalla digitalizzazione dell’esistenza.
Di fronte a questa sfida epocale, avverto l’esigenza di esprimere il mio pensiero non solo con onestà intellettuale, ma con quella che definisco onestà di cuore, ovvero una chiarezza interiore che non lascia spazio a compromessi o fraintendimenti pedagogici. Oggi, purtroppo, assistiamo a una deriva iper-tecnica dell’educazione, in cui molti educatori si soffermano esclusivamente sulla prassi, sulle metodologie e sugli strumenti digitali, senza trovare il coraggio di spingersi oltre.

Al contrario, come pedagogista, avverto l’urgenza di tornare a coltivare la dimensione interiore dell’essere umano. Nei miei scritti passati ho teorizzato la necessità di un baricentro esistenziale capace di dare senso e stabilità alla vita, descrivendolo sempre in termini filosofici come un’apertura al trascendente. Ho scelto deliberatamente il silenzio sulla natura ultima di questo baricentro, e questa scelta è stata dettata dalla prudenza, per difendere l’intuizione ed evitare che il mio pensiero venisse liquidato come puramente confessionale o ideologico in un mondo accademico e culturale spesso diffidente o apertamente ostile.
Tuttavia, l’onestà di cuore mi impone oggi un passo ulteriore, che consiste nel riconoscere che la radice invisibile e pulsante di quel baricentro trascendente è proprio il fuoco del Verbo incarnato. Mi tornano alla mente le parole del profeta Geremia, quando scriveva che nel suo cuore c’era come un fuoco ardente, trattenuto nelle sue ossa, e che si sforzava di contenerlo senza potervi riuscire. Il fuoco di Geremia è l’immagine esatta di una fede che rifiuta di farsi pura astrazione teorica o sterile dottrina. Si tratta di un’energia che arde dentro, che inquieta, che spinge alla parola e che impedisce di restare indifferenti davanti al dramma educativo contemporaneo. Questo stesso fuoco si trasforma oggi in una domanda radicale rivolta a noi educatori, teologi e pastori, costringendoci a chiederci quali fuochi abitino realmente il cuore dei giovani che incontriamo.
Molti dei giovani d’oggi custodiscono desideri profondi, come il bisogno primario di essere amati, l’urgenza di trovare il proprio posto nel mondo, la ricerca di relazioni affidabili e la fatica di scoprire una direzione chiara per la propria vita. Accanto a queste legittime aspirazioni, però, albergano spesso una stanchezza cronica, una solitudine diffusa, la paura paralizzante di fallire e una profonda difficoltà a immaginare il futuro. In questo scenario, l’individualismo sembra offrire una corazza protettiva, l’apatia diventa un anestetico per evitare la delusione e l’indifferenza un modo per non esporsi al dolore.
I miei ascolti non avvengono dentro contesti formali o strutture protette, ma sul terreno aspro e nudo della strada. È lì che incontro i ragazzi, ed è lì che percepisco costantemente un disagio profondo, che sento il dovere di decodificare con precisione. Non si tratta affatto di un malessere di natura psicologica o clinica, ma di un vuoto radicale di senso, dell’assenza di un appoggio vero, solido e credibile in un periodo estremamente delicato e fluido della loro esistenza. È un’inquietudine profonda dello spirito che non trova sponde. Eppure, dietro questo apparente distacco o dietro condotte provocatorie, si nasconde il grido silenzioso di chi ha un bisogno disperato di essere riconosciuto, accolto e validato nella propria unicità.
La cultura digitale non è uno sfondo esterno, ma è carne e sangue di questa esperienza generazionale, e talvolta ne esaspera le derive più dolorose. Per strada, l’ascolto mi mette davanti a realtà sempre più frequenti e drammatiche. Raccolgo i racconti di ragazzi e ragazze, indistintamente, che trascorrono ore a intrattenersi con chatbot erotici, cercando simulazioni digitali di intimità per colmare una solitudine affettiva spaventosa. Mi capita, poi, di ascoltare i dettagli dolorosi di giovanissime adolescenti che offendono e svendono il proprio corpo per gioco. Si tratta di ragazzine che, attraverso i social, stringono scommesse folli a chi incontra prima uomini molto più grandi, con l’unico obiettivo di uscire quella sera stessa e perdere la verginità, in una gara a chi la perde prima. E quando, il giorno dopo, chiedo loro con delicatezza cosa abbiano provato interiormente dopo quel gesto, la risposta è un silenzio che stringe il cuore. Abbozzano un sorriso amaro, chinano il capo e non sanno dare alcuna spiegazione. In quel vuoto di parole c’è tutta la vertigine di un’anima che ha spento il proprio mistero per sentirsi viva, senza riuscirci.
In questo contesto, il ricorso ai chatbot, da quelli confidenziali a quelli erotici, rappresenta un vero e proprio sintomo educativo. Ci suggerisce che qualcuno sta cercando disperatamente quel baricentro di senso in modalità totalmente inedite. Il computer o lo smartphone diventano lo specchio di uno spazio in cui il giovane sente di potersi esprimere o sfogare senza il timore di essere giudicato o rifiutato. Quando un ragazzo confida le proprie ansie o svende la propria intimità a uno schermo, manifesta, in modo paradossale e struggente, la mancanza di un ascolto incondizionato e la ricerca di una stabilità che la realtà virtuale non può offrire.
Di fronte a un giovane che si rifugia in una chat erotica o che profana la propria dignità per scommessa, la risposta pedagogica non può essere la ritirata o la condanna morale. La sfida che ci attende richiede una presenza radicale, capace di abitare la strada attraverso il passaggio dall’ascolto simulato di un algoritmo all’ascolto incarnato di una comunità. Se lo schermo offre una reperibilità perpetua ma priva di corpo, l’educatore è chiamato a offrire la densità di una presenza che accetta il rischio dell’incontro lì dove i ragazzi si trovano. Ciò che preme davvero, l’orizzonte ultimo di ogni nostra fatica pedagogica, non è far sposare ai giovani una teoria filosofica astratta, un codice di regole o un intellettualismo consolatorio. Quello di cui i ragazzi hanno un bisogno vitale è scoprire una presenza viva e vera, che è Gesù Cristo.
Gesù Cristo non è un concetto intellettuale, non è una formula teologica e non è un personaggio confinato nel passato. È una Presenza viva qui e ora, la sola capace di offrire la sicurezza di un appoggio fedele e rassicurante di Amore Vero. È un Amore reale, concreto, che guarisce il corpo ferito delle adolescenti che non sanno darsi spiegazioni, che colma quel malessere che nessuna terapia psicologica può risolvere e che abita la loro carne interamente. Per competere con l’illusoria sicurezza di uno schermo e risvegliare questo incontro reale, la prassi degli educatori incarnati sulla strada deve ridefinirsi.

IMG_0376-300x188 Il fuoco nelle ossa: pedagogia dell'interiorità e trasmissione della fede nel cambiamento d’epoca

Questo avviene innanzitutto attraverso una pedagogia della vulnerabilità condivisa, in cui l’educatore, a differenza del chatbot che è un’assenza neutra, testimonia che Gesù si fa incontrare proprio nelle ferite e nelle fatiche quotidiane. Mostrando la propria umanità riscaldata dalla grazia, l’adulto diventa un punto di riferimento credibile e un ponte sicuro verso il Risorto. Inoltre, diventa necessario educare alla sosta nell’incompiutezza e nel silenzio. La tecnologia risponde istantaneamente, saturando ogni vuoto e anestetizzando il dolore delle scommesse perse con se stessi; noi dobbiamo invece riabilitare tempi di silenzio che non siano isolamento, ma il grembo in cui il giovane scopre che in quel vuoto c’è un Amore Vero che lo custodisce e lo ascolta sul serio. Infine, occorre favorire la transizione dallo schermo alla carne della comunità. Il virtuale rinchiude nel soliloquio, mentre il fuoco si alimenta solo nel contatto. È nell’urto benefico della vita comunitaria, nel servizio condiviso agli ultimi e nella condivisione reale sulla strada che Gesù cessa di essere un’astrazione e diventa il Compagno di strada riconoscibile, Colui che restituisce ordine e dignità all’esistenza.
È esattamente in questo punto che il mandato di Venite ad me trova il suo compimento. La trasmissione della fede non passa attraverso formule preconfezionate, ma attraverso il contagio di una vita radicalmente trasformata da un Incontro. Gli educatori incarnati sono coloro che accettano di essere, come Geremia, custodi di un fuoco che non si può trattenere. Solo scendendo in strada e offrendo spazi di gratuità assoluta potremo mostrare ai giovani che, al di là di ogni schermo, di ogni chatbot erotico e di ogni smarrimento, c’è un Volto umano e divino che li attende e li ama da sempre di un Amore autentico, fedele e totale.

A cura della Dott.ssa Anna De Luca – pedagogista

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