L’attacco “molti contro uno” è diventato il simbolo di una violenza regredita, spogliata di qualsiasi codice o freno morale.
Per cogliere la gravità di questo fenomeno, occorre guardare alla storia. Persino nelle epoche più bellicose, le civiltà hanno cercato di imbrigliare il conflitto attraverso norme condivise:
La proporzionalità dello scontro: Dall’antica monomachia (i campioni che duellavano per evitare guerre indiscriminate) al codice cavalleresco medievale, fino al duello d’onore moderno, aggredire un avversario in netto svantaggio era condannato come la massima forma di viltà.
La responsabilità individuale: Il confronto richiedeva armi pari, regole chiare e l’assunzione diretta delle proprie azioni.
Oggi la dinamica si è ribaltata. La psicologia sociale definisce la violenza di gruppo come un processo di de-individualizzazione: immerso nella massa, il singolo annulla il proprio senso critico, scarica la responsabilità morale sugli altri e compie abusi che da solo non avrebbe mai il coraggio di tentare. La superiorità numerica offre uno scudo d’impunità che trasforma la codardia individuale in un rituale di dominio territoriale.
A questo si aggiunge la deriva digitale. L’aggressione viene regolarmente filmata e trasformata in contenuto da condividere per accumulare approvazione social. La sopraffazione si fa intrattenimento, alimentando un circolo vizioso in cui la vittima viene umiliata due volte: sulla strada e sullo schermo.
L’analisi sociologica impone di smontare la narrazione del branco vincente. La prevaricazione numerica non è mai indice di forza, ma la manifestazione più evidente di fragilità emotiva e decadimento culturale.
A cura di Michelangelo Morreale , criminologo
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