Ma non fatevi ingannare: Il Diavolo veste Prada 2 non è una semplice operazione nostalgia. È un’autopsia spietata e brillantemente glamour di come il potere e l’ambizione siano cambiati nell’era dei social media.
La Trama: Il tramonto della carta e l’alba del digitale
Ritroviamo una Miranda Priestly (una Meryl Streep che non ha perso un grammo del suo magnetismo gelido) alle prese con la crisi dell’editoria tradizionale. La sua storica rivista, Runway, è un gigante dai piedi d’argilla in un mondo dominato da influencer e algoritmi. La vera sorpresa? Emily Charlton (Emily Blunt), ora una potente consulente d’immagine, è l’unica che può salvarla.
Ma il cuore del film batte quando entra in scena Andy Sachs (Anne Hathaway). Non è più la stagista spettinata, ma una giornalista affermata che si trova di nuovo davanti a un bivio morale: quanto vale la propria integrità in un mercato che chiede solo visualizzazioni?
In questo sequel, la regia abbandona le luci calde di New York per una fotografia più fredda e affilata, “memorabile la scena di Miranda ormai diventata iconica nella galleria Vittorio Emanuele II di Milano”
quasi a voler sottolineare la spietatezza del nuovo mondo digitale.
Il film vince dove molti sequel falliscono: nel realismo. La satira sul mondo dei content creator è feroce e precisa. Mostra chiaramente la differenza tra chi costruisce contenuti e chi costruisce “fumo”, rendendo la pellicola un documento attuale su cosa significhi oggi fare informazione.

Ciò che colpisce è la fragilità inedita di Miranda. Dietro il “ceruleo” dei suoi abiti, emerge una donna che vede il suo impero sgretolarsi. La sensibilità del film sta nel raccontare che, nonostante il successo, la solitudine del comando resta l’unico accessorio che non passa mai di moda.
Perché vederlo
Il Diavolo veste Prada 2 ci insegna che non sono cambiati i “diavoli”, sono solo cambiate le loro uniformi. Non è più (solo) una questione di taglia 38 o di caffè bollenti, ma di quanto siamo disposti a vendere della nostra anima per un like di approvazione.
Mario Verdetti
Recensione soggetta a copyright
Foto sito GQ Italia
