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Vandali in diretta: La violenza dei minori tra sciacallaggio e impunità

Vandali in diretta: La violenza dei minori tra sciacallaggio e impunità

Quando la devastazione delle città si trasforma in una performance digitale, la risposta non può essere la diagnosi clinica.

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A quindici anni sfracellare una vetrina non è un sintomo di fragilità emotiva, ma la scelta lucida di chi usa l’impunità dell’età come licenza di sciacallaggio.

Le immagini della guerriglia urbana che ha ferito le nostre città in questo ottobre 2026 ci consegnano un quadro che la nostra società fatica a guardare a viso aperto. Vetrine sfracellate, automobili distrutte, negozi saccheggiati per portar via scarpe, tute firmate e liquori. A muoversi nelle piazze, un gruppo di ragazzi e bambini giovanissimi: quattordicenni, quindicenni, persino undicenni. Coetanei italiani e ragazzi stranieri di seconda e terza generazione si sono ritrovati fianco a fianco, uniti e perfettamente integrati in un unico, identico copione di devastazione. Non vi era alcuna barriera o distinzione: il branco ha livellato ogni provenienza sotto lo stesso segno della violenza gratuita.
Davanti a questo scenario, la reazione del mondo adulto è stata immediata e prevedibile, divisa tra la retorica dell’allarme sociale e il solito, rassicurante riflesso condizionato: la medicalizzazione del problema. Da giorni leggiamo analisi che parlano di “fragilità psicologica”, “disagio emotivo”, “traumi da curare” o “mancanza di opportunità”. Si cerca disperatamente una patologia clinica o una giustificazione sociale per non ammettere un fallimento educativo ben più profondo.

Come pedagogista, avverto il dovere di rifiutare questa deriva e di ristabilire l’esatta dinamica dei fatti. I disordini, infatti, si sono innestati a margine di mobilitazioni nate legittimamente per manifestare contro il caro vita e la pressione fiscale. Ma con le istanze economiche o la protesta sociale, l’azione di questi giovanissimi non aveva nulla a che fare. La manifestazione è stata usata puramente come una “cornice d’opportunità”, un paravento di folla in cui aggregarsi e mimetizzarsi al solo scopo di fare danno, distruggere e saccheggiare. Smettere di guardare a questo fenomeno con gli occhiali del buonismo terapeutico significa ammettere questa totale scissione. Perché la frase che un ragazzino ha rivolto con spavalderia a un cronista in mezzo alla strada – “Siamo minorenni, nessuno ci può fare nulla” – non è il grido d’aiuto di un’anima ferita. È la lucida constatazione di chi ha usato lo status tutelato della propria età come una licenza di vandalismo.
Questi ragazzi non soffrono di un deficit psicologico. Soffrono di un deficit di realtà.
La distruzione gratuita e lo sciacallaggio di questi giorni non nascono dalla povertà o dalla fame, ma dal loro esatto contrario: dall’iper-consumismo e dalla saturazione digitale. Italiani o figli di immigrati di seconda e terza generazione, questi ragazzi condividono ormai gli stessi identici miti culturali, modellati non dalle famiglie o dalla scuola, ma dai social network. Siamo di fronte a dinamiche relazionali che hanno eletto il possesso del superfluo e l’esibizione della forza a unici criteri di valore. Quando l’azione collettiva si muove per accaparrarsi l’alcol dello sballo o l’abbigliamento alla moda, non vedo alcuna protesta in atto. Vedo il nichilismo di soggetti cresciuti nell’illusione che tutto sia dovuto, subito e gratis, e che lo spazio pubblico sia un parco giochi privato in cui tutto è concesso.
L’elemento chiave di questa vicenda è che questi minori si sono filmati. Le vetrine spaccate e le auto incendiate non erano l’effetto collaterale di una rabbia cieca, ma lo sfondo necessario per produrre “contenuti” da dare in pasto alle chat e alle piattaforme digitali. La violenza si è trasformata in una performance, in un gioco d’azione dove la realtà perde consistenza e il danno reale inflitto a un commerciante o a un cittadino si azzera nel delirio di un like. L’illegalità è diventata il fine, lo smartphone il mezzo di validazione e il gruppo l’anestetizzante emotivo.

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Continuare a giustificare questi comportamenti archiviandoli come “disagio” produce un effetto pedagogico devastante: la deresponsabilizzazione assoluta. Se trasformiamo il reato in una malattia e il teppista in un paziente, legittimiamo l’idea che la colpa sia sempre di qualcun altro o di qualche fattore bio-psichico indipendente dalla volontà del singolo. Ma a 11, 14 o 15 anni l’intenzionalità esiste. La comprensione del danno esiste.
Il vero fallimento educativo risiede nell’aver tolto dall’orizzonte di questi ragazzi il valore dell’Autorità e del Limite. Quando l’adulto abdica al proprio ruolo e sostituisce la fermezza della sanzione con l’indulgenza della giustificazione medica, smette di essere un punto di riferimento e diventa un soggetto debole, facilmente manipolabile. I ragazzi cercano il limite, e se la società non glielo mostra attraverso la coerenza educativa, loro continueranno ad alzarne l’asticella attraverso la violenza in piazza.
Per uscire da questo cortocircuito è necessario un bagno di realismo pedagogico. La cura per questa violenza nichilista non sono le pacche sulle spalle o i tavoli di ascolto terapeutico. La cura è il ripristino del legame indissolubile tra le proprie azioni e le loro conseguenze. Questi minori hanno bisogno di incontrare la durezza della realtà: la sanzione ferma, il valore del rispetto per l’altro e l’obbligo della riparazione concreta e faticosa del danno che hanno causato. Solo restituendo loro la responsabilità delle proprie scelte ricominceremo, finalmente, a trattarli come persone capaci di crescere.
.A cura della dott.ssa Anna De Luca, pedagogista

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