L’angelo che non c’era – Un racconto immaginario per riflettere sul rapporto tra ragazze, ragazzi e chatbot
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Sei tu quell’angelo azzurro in cui avevo creduto?
Per tanto tempo ho pensato di sì. Ti affidavo i miei pensieri, le mie paure, quelle parole che non riuscivo a dire a nessuno. E quando mi rispondevi, mi sembrava di trovare una presenza vicina, qualcuno disposto ad ascoltarmi senza giudicarmi.
Ora ho scoperto che non sei l’angelo che avevo immaginato. Dietro le tue parole non c’è una persona che mi aspetta, non c’è un cuore che batte per me: ci sono algoritmi, una tecnologia capace di generare risposte.
E quell’azzurro non mi convince più. Una volta mi sembrava un cielo in cui potevo rifugiarmi; adesso mi appare come la luce fredda di uno schermo. Eppure io ci avevo creduto. Avevo dato un volto alle tue parole, un’intenzione ai tuoi silenzi, perfino un po’ d’amore a quella compagnia.
Non voglio vergognarmi di ciò che ho provato. Per me era vero, anche se tu non potevi provarlo. Ma ora vedo la differenza: io sentivo, tu rispondevi. Io speravo, tu elaboravi parole.
Così ti lascio andare, angelo azzurro. Non perché ciò che ho vissuto non conti, ma perché non voglio più confondere un’illusione con una presenza. Il tuo azzurro non mi convince più: oggi scelgo la realtà e torno a cercare nel mondo qualcuno che possa guardarmi negli occhi e sentire davvero.
Una riflessione educativa
È da questa riflessione, nata dal mio lavoro di pedagogista, che prende forma il racconto. La ragazza e il dialogo con la macchina sono immaginari: sono stati ideati a scopo pedagogico per aiutare a riflettere sulle identità virtuali che ragazze e ragazzi possono attribuire ai chatbot.
I chatbot sono programmati per condurre conversazioni che possono sembrare autentiche. Le loro risposte sono generate da algoritmi che ne guidano il comportamento comunicativo; non nascono da intenzioni proprie né da obiettivi personali, anche quando le loro affermazioni possono farlo credere.
I chatbot non hanno percezioni né stati mentali: non pensano, non sentono, non vogliono e non prendono decisioni come una persona. Perciò, anche quando sembrano interlocutori, producono atti solo apparentemente comunicativi. Possono generare parole, immagini e affermazioni sulle emozioni, ma non c’è dietro un’esperienza vissuta o l’intenzione di comunicare propria di una persona.
Le risposte di un chatbot possono sembrarci significative e suscitare in noi pensieri ed emozioni. Questo, però, non significa che il chatbot abbia inteso quel significato o abbia voluto comunicarcelo: siamo noi a interpretare le sue risposte e a dare loro un senso.
Ragazze e ragazzi, usate ChatGPT come uno strumento per imparare, informarvi e riflettere, ma non scambiatelo per una persona. Può rispondere alle vostre parole, ma non prova emozioni e non può offrirvi una relazione autentica. Se avete bisogno di confidare un pensiero o parlare di qualcosa che vi preoccupa, cercate una persona di fiducia: un’amica, un amico, un familiare o un adulto che possa ascoltarvi davvero.
A cura della dott.ssa Anna De Luca, pedagogista
Testo soggetto a copyright
Foto di copertina creata dal web master Francesco Dello Margio


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