In questa visione, il concetto di “bello ideale” e l’intera civiltà greco-romana venivano considerati il vero fulcro e l’essenza stessa del genere umano.
In Campania, il Neoclassicismo andò ad affermarsi con un leggero ritardo temporale, consolidandosi in particolare tra il 1820 e il 1825. Sulla scia di maestri assoluti come Antonio Canova e Bertel Thorvaldsen, il territorio campano vide la fioritura di artisti di altissimo calibro, tra i quali spicca, per l’eccezionale talento scultoreo, il nome di Tito Angelini.
Tito Angelini si formò inizialmente all’Accademia di Belle Arti, dimostrando fin da subito doti straordinarie. Nel 1822 vinse il prestigioso concorso per il Pensionato Romano, un riconoscimento che gli permise di trasferirsi e stabilirsi a Roma rimanendovi fino al 1827, perfezionando la sua tecnica all’interno dell’ambiente accademico.
Proprio in concomitanza con il suo arrivo nella capitale il giovane Angelini si trovò ad assistere alle solenni celebrazioni funebri in onore di Antonio Canova. Durante le esequie ebbe l’opportunità di ammirare da vicino la monumentale statua della Religione, un’opera canoviana intrisa di profondo significato.
Concepita originariamente come figura allegorica destinata a un monumento papale, la statua canoviana subì tuttavia un destino avverso: fu inizialmente rifiutata dalle autorità ecclesiastiche poiché giudicata troppo simile a concetti figurativi e formali di matrice pagana. Nonostante le controversie, questa potentissima immagine scolpita da Canova esercitò un’influenza profonda sul giovane Angelini, tanto da diventare la base concettuale e visiva per uno dei suoi capolavori successivi: La Religione per il Cimitero Monumentale di Poggioreale a Napoli.
L’opera fu commissionata da Ferdinando II di Borbone, nell’ambito della sua intensa attività di rimodernizzazione architettonica e di promozione delle opere pubbliche nel Regno.

Nella statua centrale, Angelini si ispira dichiaratamente alla Religione canoviana, introducendo però una variante fondamentale: trasforma il corpo della donna, rendendolo più umano e meno divinizzato. Le curve si fanno più morbide e il volto assume un’espressione più dolce e partecipe. Questo mutamento stilistico è dovuto alla forte influenza della cultura purista e neo-quattrocentesca promossa da Lorenzo Bartolini, a cui Angelini guarda con profondo interesse. In questo modo, la statua si allontana dall’astrazione del “bello ideale” per avvicinarsi alla verità della natura.
I quattro angeli che circondano la figura centrale completano il monumento, nati da un’ulteriore suggestione dell’artista, che trasse ispirazione dal celebre modello dell’angelo inginocchiato di Bertel Thorvaldsen.
Si tratta, d’altronde, di una sola delle molteplici opere che Angelini realizzò per il Regno delle Due Sicilie, lasciando un segno indelebile e duraturo nella storia dell’arte napoletana dell’Ottocento.
A cura della dott.ssa Fiorella Verile
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