Sant’Anastasia(NA)-“Piedi nudi e cuore in gola: i 575 anni della corsa che commuove il mondo.”
Il Lunedì in Albis a Sant’Anastasia è uno di questi. Ma oggi 6 aprile 2026 non è un lunedì qualunque: il Santuario celebra il suo 575° anniversario, un traguardo che trasforma il selciato di via Arco in un altare a cielo aperto.
Il Miracolo che nacque dall’Ira
Tutto ebbe inizio in un pomeriggio di primavera del 1450. La leggenda narra di un giovane che, durante una partita a palla, accecato dal furore per una sconfitta, scagliò un colpo contro l’effigie della Vergine affrescata sotto un arco. Da quella guancia dipinta sgorgò sangue vivo. Quel gesto sacrilego accese una scintilla devozionale che, da allora, non si è mai spenta, rendendo la Madonna dell’Arco il cuore pulsante del misticismo popolare campano.
L’Esercito Bianco dei “Fujenti”
Vederli arrivare è un’esperienza che scuote l’anima. Sono i Fujenti (coloro che fuggono), chiamati anche Battenti. Vestiti di un bianco candido che simboleggia la purezza e la rinascita, attraversati da fasce trasversali blu e rosse, marciano per chilometri.
Molti arrivano a piedi scalzi, sentendo sotto le piante il calore dell’asfalto e la ruvidità della terra. Non è solo un cammino, è una catarsi. Organizzati nelle storiche paranze, avanzano scortando pesanti stendardi che ondeggiano come vele in un mare di folla. Il ritmo è scandito da canti antichi e dal suono dei tamburi, ma è il silenzio che precede l’ingresso in chiesa a fare rumore: un silenzio carico di promesse, di richieste di grazia e di ringraziamenti per miracoli ricevuti.
“Il pianto del fujente non è disperazione, ma l’urlo di chi ha depositato il proprio fardello ai piedi della Madre.”
Un Gioiello di Pietra e Fede
Varcare la soglia del Santuario significa entrare in un’altra dimensione. L’architettura seicentesca, con il contrasto tra il grigio severo del piperno e il bianco delle pareti, accoglie il pellegrino in un abbraccio solenne. Ma ciò che rende unico questo luogo sono le migliaia di ex voto: tavolette dipinte che tappezzano i muri, frammenti di vite salvate, incidenti evitati, malattie sconfitte.
Al centro della navata, sotto la maestosa cupola, splende il tempietto di Bartolomeo Picchiatti (1621). È qui che risiede l’immagine prodigiosa, protetta da un cupolino in legno del 1709 che sembra sfidare la gravità. In questo spazio, il sacro e il profano si fondono: l’odore dell’incenso si mescola a quello del sudore dei pellegrini, e la preghiera dotta si intreccia alle grida dialettali di chi, stremato dalla corsa, cade in ginocchio davanti all’effigie.

Perché il 2026 è un anno speciale
Celebrare 575 anni significa onorare un’identità che ha resistito a guerre, pestilenze ed epoche digitali. La devozione alla Madonna dell’Arco oggi non è solo un rito religioso, ma un fenomeno antropologico collettivo. È il momento in cui Napoli e la sua provincia si ritrovano unite in un unico battito, in una “paranza” universale che cerca protezione sotto il manto della Vergine.
Partecipare a questo anniversario non significa solo assistere a una processione, ma testimoniare la forza di una tradizione che, nonostante i secoli, continua a correre veloce, proprio come i suoi fujenti, verso la speranza.
Mario Verdetti
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