La conferenza del 1930 e la realtà dei musei italiani
Una serie di campagne radiografiche vengono eseguite in America ed Europa (Londra, Berlino, Parigi) non con poche obiezioni da parte del mondo degli storici dell’arte che temevano per i dipinti ed il contatto con i raggi X.
Nonostante ciò, alla luce di un mondo in cui le principali collezioni dei musei si stavano formando e parte di esse provenivano da luoghi con un clima ben diverso dall’Europa, le indagini sia chimiche che radiografiche risultavano necessarie dal punto di vista conservativo. L’Italia a differenza di altre nazioni e dell’America respinse fermamente questo tipo di progresso ritenendolo pericoloso ed inferiore all’occhio del conoscitore e storico dell’arte, eppure fu proprio l’Italia, sotto organizzazione di Mussolini, ad ospitare la conferenza del 1930 che si tenne dal 13 al 17 ottobre a Villa Aldobrandini.
La conferenza aveva l’obbiettivo di creare un filo di indagini e processi standardizzati per la ricerca diagnostica con il fine di creare, parlare e discutere delle diverse tecniche, campagne e far confluire le proprie esperienze di ricerca personali. I filoni tematici erano due: pittura e scultura ed i punti da discutere sei tra cui risaltano l’urgenza di documentazione, le principali fonti di degrado e le principali forme d’intervento. Parteciparono anche diversi italiani tra cui Roberto Longhi e Adolfo Venturi che criticarono questo tipo di ricerche definendole “pseudoscienze”. Ci furono tuttavia personalità italiane come Lionello Venturi che, interessato alle ricerche e rifiutando di prestare giuramento al partito fascista, partirono per l’America. Fu però a Napoli che grazie a Sergio Ortolani, l’allora direttore del Museo Archeologico, fu aperto il primo laboratorio di pinacologia dal termine pinacoscopio, strumento di ricerca inventato da Fernando Perez. A seguito della conferenza furono aperti i principali laboratori di ricerca tra cui quello del Louvre nel 1931.
Ancora oggi, grazie alla Techical Art moderna le indagini diagnostiche tra cui radiografia, riflettografia, ecc. si affiancano alla storico dell’arte, al restauratore e a tanti altri esperti con un approccio multidisciplinare che mostra le diverse caratteristiche di un’opera non sempre visibili ad occhio nudo, Napoli, in particolare, vanta uno dei laboratori più importanti al Museo di Capodimonte.
Fiorella Verile
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