Due volte rinato grazie a un sì: Paolino Pio Mattina e la battaglia per un’Italia che dona vita

Abbiamo raggiunto telefonicamente l’ingegnere Paolino Pio Mattina, una voce autorevole e profondamente coinvolta nel mondo della donazione degli organi.

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Trapiantato di cuore per ben due volte la prima a soli 20 mesi e la seconda a 28 anni, l’ingegnere Mattina porta nella sua esperienza personale la testimonianza più forte di cosa significhi vivere l’attesa, la speranza e la rinascita. Da anni impegnato in numerose realtà associative, è oggi tra i promotori del nuovo gruppo pubblico Facebook “L’Italia nel Cuore – progetto futuro”, uno spazio nato per favorire informazione, confronto e partecipazione attiva sul tema della donazione degli organi e su un possibile percorso legislativo che introduca il principio del silenzio-assenso, con l’obiettivo di salvare più vite e ridurre drasticamente i tempi di attesa per i trapianti in Italia. Con lui parleremo dell’importanza di questa iniziativa, del perché sia necessario ripensare l’attuale sistema e di come la sua storia personale gli abbia dato la forza e la motivazione per impegnarsi in prima linea.

Cosa significa davvero vivere l’attesa di un trapianto e come questa esperienza ha cambiato la sua visione sulla donazione degli organi?👇

Vivere l’attesa di un trapianto soprattutto quando ci sei passato due volte significa trovarsi in un territorio sospeso, dove ogni giorno è insieme un dono e una sfida. È un tempo che non assomiglia a nient’altro, non vivi davvero nel presente, perché il tuo corpo ti ricorda continuamente i suoi limiti. Non puoi immaginare troppo il futuro, perché tutto dipende da una telefonata che può arrivare in qualsiasi momento. Resti lì, in un’attesa attiva, un equilibrio fragile tra speranza e paura. Vivere l’attesa di un trapianto quando ci sei passato due volte — la prima a 20 mesi, troppo piccolo per ricordare, e la seconda a 28 anni, quando invece senti tutto sulla pelle, significa confrontarsi con due forme completamente diverse di fragilità e rinascita. La prima attesa: quella che non ricordi, ma che ti plasma A 20 mesi non hai memoria cosciente di ciò che accade, ma cresci sapendo di essere stato un bambino “speciale”, un bambino salvato da un cuore nuovo. Quel primo trapianto diventa il fondamento della tua identità, anche se non ricordi il dolore o la paura. Cresci però con i racconti dei tuoi genitori che hanno vissuto al posto tuo l’attesa e la paura, i controlli continui, la consapevolezza che il tuo inizio nel mondo è già un dono ricevuto da qualcuno che non hai mai conosciuto. È come nascere due volte senza averne memoria, ma con la certezza che la tua vita non era affatto garantita. La seconda attesa: quella che senti in ogni respiro Da adulto invece ricordi tutto. Questa attesa è diversa: è un tempo sospeso in cui ti rendi conto con lucidità che il cuore che ti ha accompagnato dall’infanzia sta cedendo, e che per continuare a vivere hai bisogno ancora una volta di qualcuno che, nel momento più buio per la sua famiglia, decide di donare. Cosa cambia nella visione della donazione Dopo due trapianti, la donazione non è un concetto astratto: è la tua biografia. È la ragione per cui hai potuto essere un bambino, poi un adolescente, poi un adulto. È la ragione per cui hai potuto immaginare un futuro, perderlo e poi riaverlo. La prima donazione ti ha dato la vita. La seconda te l’ha restituita. Quando vivi tutto questo capisci che ogni donatore e ogni famiglia donatrice sono parte della tua storia tanto quanto le persone che ami; senti dentro di te una gratitudine che non ha parole perché la porti fisicamente nel petto, ogni secondo; ti rendi conto che la donazione non è “un gesto bello”, ma un passaggio di vita.È impossibile non vedere la donazione di organi come il gesto umano più potente, più generoso e più trasformativo che esista. Io sono qui — due volte — perché qualcuno ha detto sì. E questo sì è diventato il ritmo della mia vita.

Perché il principio del “ silenzio assenso” rappresenta, secondo lei, l’unica riforma capace di salvare migliaia di vite in Italia?👇

«Per me il principio del silenzio assenso non è una soluzione teorica o ideologica: è una riforma che può letteralmente salvare migliaia di vite, e lo dico perché io quella vita l’ho ricevuta due volte grazie a due donatori. Oggi il nostro sistema si basa sul consenso esplicito (Legge 91/1999). Questo significa che, se una persona non ha dichiarato in vita la propria volontà, nel momento della morte tutto ricade sulla famiglia, che deve decidere in pochi minuti, spesso in uno stato emotivo devastante. È una condizione ingiusta sia per le famiglie, sia per i pazienti che aspettano un trapianto. Il silenzio assenso, invece, cambia la prospettiva: ogni cittadino è considerato donatore, a meno che non abbia espresso un dissenso formale. Questo non toglie libertà a nessuno perché il dissenso può essere dichiarato in qualsiasi momento ma permette di superare quella zona grigia fatta di indecisione, paura o semplicemente mancata informazione, che oggi costa centinaia di organi non utilizzati ogni anno. La verità è che la maggior parte degli italiani è favorevole alla donazione, ma pochi compiono il passo di registrare la propria volontà. Il risultato è un sistema che non riflette la volontà reale del Paese e che non riesce a rispondere a chi, come me un tempo e come tanti oggi, dipende letteralmente da quel dono. Il silenzio assenso non obbliga nessuno a donare: libera le intenzioni positive che già esistono e le trasforma in opportunità di vita. Ed è per questo che lo considero l’unica riforma davvero capace di cambiare le cose: perché renderebbe il sistema più giusto, più efficiente e soprattutto più umano.»

Che cosa si aspetta concretamente dal gruppo “L’Italia nel cuore – progetto futuro “ e dai cittadini che scelgono di unirsi alla vostra battaglia di sensibilizzazione?👇

«Dal gruppo L’Italia nel Cuore – progetto futuro mi aspetto innanzitutto una cosa: che diventi una comunità viva, capace di informare, discutere, proporre e sostenere un cambiamento che non può più aspettare. Non abbiamo creato questo spazio per fare numeri o raccogliere adesioni “di facciata”. Lo abbiamo creato perché ogni persona che entra può diventare parte di un percorso reale, chi condividendo informazioni; chi portando la propria esperienza; chi sostenendo pubblicamente la necessità di una riforma; chi semplicemente imparando qualcosa in più sulla donazione degli organi. Quello che mi aspetto dai cittadini è partecipazione consapevole, non obbligatoria ma sincera. Anche un commento, un confronto civile, una domanda fatta con curiosità o un post condiviso possono contribuire a creare una cultura diversa una cultura in cui la donazione non sia più un tabù, ma un tema compreso, discusso e sostenuto.E poi mi aspetto una cosa ancora più importante. che il gruppo diventi una voce capace di arrivare alle istituzioni. L’obiettivo finale è chiaro una proposta di legge sul principio del silenzio assenso ma per arrivarci servono cittadini informati, uniti e determinati. Io, come trapiantato due volte e come uomo che deve la vita a due sconosciuti, mi auguro che questo gruppo diventi la prova che il cambiamento non nasce dall’alto: parte sempre dalle persone che hanno il coraggio di credere che sia possibile, quello che manca all’ Italia è un cuore pulsante che servirebbe a risvegliare la coscienza umana ; mi auguro davvero che il gruppo Facebook possa trasformarsi presto in una vera e propria realtà associativa. Il gruppo è stato il primo passo, necessario per incontrarci, confrontarci e capire che siamo tanti a voler cambiare le cose. Ma per incidere davvero, per sederci ai tavoli istituzionali, per presentare proposte concrete e dare continuità alle nostre azioni, serve una struttura più solida. Un’associazione ci permetterebbe di organizzare iniziative pubbliche e campagne informative più ampie; dialogare con le istituzioni in modo ufficiale, raccogliere adesioni formali e creare una rappresentanza riconoscibile; dare voce, in modo ordinato e autorevole, a chi vive l’attesa di un trapianto e alle loro famiglie. Il gruppo Facebook resterà sempre il cuore pulsante del progetto, il luogo dove tutto è iniziato. Ma per cambiare una legge e salvare davvero più vite, abbiamo bisogno di diventare qualcosa di più: una realtà organizzata, stabile e credibile. E sono convinto che, con il sostegno di chi ci crede, ci arriveremo molto presto.»

A cura di Giovanna Tramontano Articolo soggetto a copyright

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